Intervista a Francesca Carlini

Intervista a Francesca Carlini

In occasione del suo romanzo d’esordio, “Vortice” edito da Il Filo di Arianna, abbiamo il piacere di dialogare con Francesca Carlini. Quest’opera segna un passaggio significativo nel percorso dell’autrice, nota fino ad ora per la sua produzione saggistica.
In questa conversazione esploreremo le vite intrecciate dei fratelli Sara e Luca, segnate da un trauma familiare che li ha definiti fin dall’infanzia, analizzando le tematiche, le ispirazioni e il processo creativo che si celano dietro le pagine di questo libro intenso e suggestivo.

“Vortice” è un titolo potente. Oltre al richiamo figurato a un’epoca di ritmi frenetici, nel romanzo diventa letterale con l’incidente di Sara, che la proietta in un “vortice” interiore. Cosa rappresenta per Lei questa parola e perché l’ha scelta per racchiudere il cuore del romanzo?
Ho scelto questa parola per evidenziare come le sensazioni della protagonista la travolgono, trascinandola, appunto, in un vortice. In esso lei si perde; la nebbia presente nel romanzo raffigura il sentimento di confusione che la pervade.

Spesso un libro nasce da un’immagine o un’urgenza. Qual è stato il seme da cui è germogliato “Vortice”? È nata prima la figura di Sara, quella di Luca, o l’evento traumatico che li lega e li divide?
Sara nasce durante un sogno che ho fatto, in cui una donna si smarriva. Il rapporto con mio fratello ha ispirato la figura di Luca. Poi il romanzo si è ampliato, coinvolgendo altre persone e altre situazioni.

Il passato di Sara e Luca è dominato da due traumi distinti ma collegati: per lei, un’infanzia spezzata e il ricordo della madre Nadia; per lui, un’agiatezza priva di vero ascolto e la fuga del padre Giacomo. In che modo queste eredità interiori definiscono i loro diversi modi di affrontare il presente?
Ognuno porta con sé un qualcosa del passato che l’ha ferito, l’ha segnato. A ciò si reagisce in modo diverso: c’è chi supera i drammi più facilmente e chi rimane bloccato, con la convinzione di poter essere ancora ferito.

La narrazione, soprattutto nelle sezioni dedicate a Sara durante il coma, è intrisa di un’atmosfera onirica. Perché ha scelto questa dimensione quasi metafisica per esplorare le conseguenze di un trauma così concreto come l’incidente?
Durante il sonno elaboriamo tutto quello che ci è capitato, metabolizziamo le informazioni, capiamo meglio il comportamento tenuto il giorno precedente. A me capita spesso di sognare e ho approfittato di quell’atmosfera onirica per permettere alla protagonista di esplorare fino in fondo le sue emozioni ed affrontare la realtà.

La figura del padre, Giacomo, è complessa. Non è un semplice antagonista, ma un uomo in fuga. Come ha voluto bilanciare il giudizio per il suo abbandono e la compassione per un uomo incapace di gestire la sofferenza?
Per molti è più facile fuggire da una situazione che affrontarla. Nel romanzo, Giacomo ama i suoi figli ma si sente svuotato dopo la morte della moglie e non è in grado di restare accanto alla famiglia. I figli, dopo aver sofferto molto, sono anche maturati quel tanto da capire la scelta del padre.

Un altro personaggio importante della storia è Sergio, il libraio. Che funzione narrativa ha il suo “sguardo gentile”?
Sergio entra nella storia per colmare il vuoto affettivo di Sara, colpita dall’atteggiamento tranquillo e paziente di lui. Solo una persona con le sue caratteristiche avrebbe potuto attirare l’attenzione della protagonista.

Quale emozione vorrebbe lasciare al lettore dopo aver finito il libro?
Mi piacerebbe che al lettore rimanesse permeato un senso di pace, di lieto fine. In questi tempi di guerre e violenze gratuite, ho privilegiato i sentimenti di perdono, affetto, amore…

Lei arriva alla narrativa dopo un percorso da saggista. Cosa l’ha spinta a scegliere la forma del romanzo per raccontare una storia così intima e psicologicamente stratificata? C’è qualcosa che solo la finzione le ha permesso di esplorare nelle vite di Sara e Luca?
Volevo mettermi in gioco e capire se ero in grado di scrivere altre cose fuori dall’ambiente scolastico. Nel romanzo, ho proiettato sui protagonisti alcune delle paure che ci potrebbero attanagliare e ho cercato di sondare il mio io più profondo.

Quali autori o quali opere l’hanno ispirata nel suo percorso di scrittrice e, in particolare, per la costruzione di questo romanzo così denso di introspezione?
Leggo un po’ di tutto ma per questo libro ho tratto ispirazione dai romanzi sentimentali inglesi dell’800, tra cui la Austen ed Emily Brönte.

Dopo un esordio narrativo così intenso, sta già pensando a una nuova storia da raccontare?
Mi piacerebbe continuare a diversificare, ad esempio, cimentandomi con un romanzo horror. Chissà…

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