
Incontriamo Fabio Barbonaglia, la mente dietro un universo dove le fondamenta di Torino celano segreti insospettabili. Con “Il destino della Congrega”, l’autore porta a compimento un viaggio epico che attraversa terre sommerse e ghiacci perenni. Le pagine di questo volume conclusivo esplorano non solo la magia, ma la profondità dei legami familiari e la forza del destino. In questa intervista, varchiamo i confini tra il mito e la crescita interiore dei suoi protagonisti.
Fabio, perché ha scelto un luogo reale e così iconico come Torino (sotto cui si cela Capitalis) come fulcro per il destino di una comunità magica segreta?
Le straordinarie abilità dei membri della Congrega nascono dalla capacità di sfruttare la differenza di potenziale tra la percezione di bene e di male che sono insite in ogni essere umano. In fisica la differenza di potenziale genera energia e, nel nostro caso, si tratta di energia cosmica che solo gli appartenenti a questa comunità possono impiegare per avere, per esempio, forza e velocità sovrumane o per lanciare incantesimi. Queste persone speciali vivono nel mondo così come lo conosciamo, nascoste in piena vista, con un’unica eccezione; Capitalis è l’unica città del globo appositamente edificata per la Congrega. Torino è stata una scelta quasi obbligata perché è la città magica per eccellenza; è contemporaneamente uno dei vertici del triangolo della magia bianca, insieme a Lione e Praga e della magia nera, con Londra e San Francisco. Il capoluogo piemontese è quindi il luogo in cui la differenza di potenziale che produce energia cosmica raggiunge picchi non eguagliabili sul pianeta.
In questo libro convivono la Groenlandia degli elfi, la leggendaria Atlantide e il Tartaro della mitologia greca. È stato difficile far dialogare culture mitologiche così diverse in un unico intreccio narrativo?
L’intero mondo fantasy poggia le proprie fondamenta sul mito e sulle leggende. Succede quindi che eventi epici, anche molto distanti tra loro nel tempo e nello spazio, trovino un comune denominatore appena oltre la soglia dell’immaginazione. La ricerca letteraria per scoprire i legami, spesso molto sottili, che collegano tra loro eventi, manufatti, personaggi leggendari o intere culture, è stata stimolante e divertente. Solo varcando quella soglia possiamo scoprire, per esempio, che la spada di Enea in fuga da Troia, nei secoli è giunta nelle mani di Orlando con il nome di Durindarda ed è rimasta conficcata nella falesia del santuario di Rocamadour finché il nostro giovane Cassian non l’ha letteralmente estratta dalla roccia.
Possiamo quindi anche facilmente immaginare che, da quando esiste l’uomo, alcuni individui siano sempre stati in grado di manipolare l’energia cosmica compiendo imprese che alle persone comuni sembravano atti divini. Orlando, che nel tentativo di spezzare la propria lama distrugge parte del monte aprendo quella che ancora oggi è conosciuta come “Breccia di Orlando”, ha potuto farlo perché in realtà era un membro della Congrega. Lo stesso principio vale quindi anche per Nettuno che edifica Atlantide o Prometeo, il cui fuoco divino viene posto sul colosso di Rodi, e persino per i Titani, imprigionati tuttora in una dimensione che il mito vuole collocare nel Tartaro. La Congrega diventa quindi il comune denominatore.
La Torcia di Prometeo, il Tridente di Nettuno e il Caduceo di Ermes sono descritti come le chiavi necessarie per impedire l’apocalisse. Come ha sviluppato l’idea che proprio questi oggetti fossero fondamentali per il sigillo del Tartaro?
Presentando l’energia cosmica come un fenomeno fisico misurabile, anche l’utilizzo di manufatti antichi e arcani ne deve rispettare le dinamiche. Servono quindi manufatti di grande potere che impiegati insieme, sviluppino una differenza di potenziale straordinaria; per cui se un primo polo è costituito da una comunissima torcia venuta a contatto con il fuoco divino, il fuoco olimpico del carro del sole, all’altro polo avremo un’arma divina bagnata da sangue mortale, oltretutto legata all’acqua, il Tridente di Nettuno appunto. Considerando inoltre l’enorme quantità di energia in gioco, si rende necessario un terzo manufatto, neutro, la cui funzione è quella di stabilizzare i flussi e portare equilibrio all’intero processo. Il Caduceo mitologicamente aveva in effetti proprio la capacità di portare la pace, di porre fine alle liti e calmare gli animi. Un simbolo portato dagli araldi per mettere in chiaro la loro funzione di mediazione. Il buon Markus, il mastro bibliotecario della Congrega, colui che ha interpretato la profezia del libro onniveggente, pone l’accento sul processo, non sulle chiavi in sé. Lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere usando chiavi diverse a condizione che generassero la stessa quantità di energia.
Dalle prime pagine a Portsmouth fino alla fine del viaggio, il giovane orfano Cassian Larbon subisce una trasformazione radicale che lo porta a guidare interi popoli. Qual è l’aspetto della sua maturazione di cui è più orgoglioso come autore?
“Non è la destinazione, ma il viaggio che conta”. È un aforisma che si sente spesso è che risulta particolarmente adatto alla trasformazione del giovane Cassian. Il ragazzino impacciato deve crescere molto in fretta a causa dell’avventura che si trova a vivere, spesso al limite della sopportazione. Sicuramente il suo cambiamento è anche fisico ma l’aspetto che mi affascina è più profondo, interiore, la capacità di assumere uno stato di calma nei momenti critici, l’autorevolezza che trasuda come aura intorno a lui, la ponderazione di un uomo saggio unita alla determinazione nel perseguire i propri scopi. Questa trasformazione è tale che persino le persone che lo hanno cresciuto, rincontrandolo adulto, in un primo momento non riescono a riconoscerlo. Come se il cambiamento interiore risultasse visibile anche nell’aspetto.
Molti personaggi scoprono verità scioccanti sulle proprie origini e sui segreti di sangue che li legano alla dinastia reale degli Scott Harrison. Cosa l’affascina del tema della riscoperta del proprio passato come motore principale della trama?
Trovo curioso come la discendenza da una dinastia influente possa essere il fulcro della vita di alcuni personaggi, come Porfirio Delgado, il quale esige rispetto solo per il cognome che porta, o possa essere invece ingombrante, un peso da gestire, come per sua sorella Dalila o lo stesso Deomor Scott Harrison, oppure ancora, possa diventare soltanto un altro tassello nella vita di talaltri che si sono guadagnati autonomamente il rispetto di cui godono. L’appartenenza ad una casata di questo genere non è quindi oggettivamente vantaggioso; la soggettività è strettamente legata al carattere e agli obiettivi dei personaggi, in ultima analisi, all’individuo.
Il rapporto tra fratelli e il peso delle eredità paterne sono temi centrali che culminano in grandi sacrifici personali. Ritiene che il destino sia qualcosa di ereditario o, in ultima analisi, una scelta individuale dei suoi protagonisti?
Il passato, anche se ereditato, può sicuramente incidere in modo significativo sugli eventi contemporanei ma le scelte personali rappresentano il cuore dell’intera storia. Il coraggio, la determinazione ma anche la rassegnazione e l’accettazione di una realtà controversa, sono alcuni degli elementi che portano i personaggi a scelte, talvolta molto sofferte, che scrivono il Destino della Congrega.
Mastro Markus Fraser, il sommo bibliotecario, funge da voce narrante che tramanda le memorie storiche della comunità magica. Quanto del suo amore personale per la storia e i libri ha trasfuso in questo specifico personaggio?
Non credo ci sia molto di me in Markus, ma resta comunque uno dei miei personaggi preferiti. Arguto, intelligente, preparato, in grado di prendere decisioni sulle sorti del mondo ma anche perfettamente integrato in una scala gerarchica di stampo monarchico nella quale il suo resta un ruolo rispettato ma marginale. Il sommo bibliotecario rappresenta la pacatezza della ragione e del pensiero logico a cui viene chiesto, suo malgrado, di essere una guida proprio per queste sue caratteristiche.
Come ci si sente a mettere la parola “fine” a una trilogia così vasta, sapendo che questo volume conclude definitivamente il lungo percorso di Cassian e dei suoi compagni?
In realtà ho scritto la fine della storia molto tempo fa per cui le emozioni legate all’epilogo hanno già avuto ampi margini di decantazione. Sono però soddisfatto di aver ultimato anche tutte le attività che iniziano proprio quando è stata scritta la parola “fine”. Il percorso è stato piuttosto lungo e, a tratti, altrettanto incerto ma penso di essermi finalmente meritato una pausa.
Anche se il cerchio si chiude, Markus accenna a misteri non ancora risolti, come l’identità del gruppo che visitò la famiglia di Iago anni prima. Esiste la possibilità di un ritorno in questo universo narrativo o sente che la storia è completa così?
Sono il master di un affiatato gruppo di giocatori di ruolo fantasy da oltre vent’anni, per cui per me è inevitabile immaginare e predisporre la trama per la prossima avventura. In effetti ho già le idee chiare su alcuni aspetti principali del seguito della storia che però è ancora ampiamente in fase embrionale. Si vedrà.