Intervista ad Antonella Carta

Intervista ad Antonella Carta

Il romanzo di Antonella Carta si configura come un’epopea intima e corale nella Sicilia del primo Novecento, un viaggio dove la tematica dell’abbandono si fa carne e l’identità una conquista faticosa. Attraverso la figura di Nino, l’autrice restituisce dignità ai “figli della vergogna”, esplorando la resilienza di chi nasce nel gelo di uno scatolone e la possibilità di riassemblare i pezzi di un’identità frantumata. Questo colloquio si snoda tra le viscere emotive del racconto e il laboratorio creativo di una voce capace di riscattare gli invisibili.

Vi invitiamo a scoprire la parabola di Nino: un uomo che ha trasformato l’abbandono in un’ostinata ricerca di luce.

Il protagonista viene battezzato “Niño Del Santo” perché solo davanti alla statua del Santo del giorno trova il silenzio e la pace. In che modo questo nome quasi “sacro” ha pesato sul destino di un bambino percepito come “figlio del peccato”?
In realtà non può esserci niente di vergognoso in un bambino appena nato; la vergogna dovrebbe ricadere su chi ha pensato di abbandonarlo perché muoia a causa del freddo della notte, in uno scatolo di cartone, da solo. Il piccolo Nino è un essere puro e il modo surreale in cui “sceglie” il proprio nome conferma come la vita a volte sappia sorprendere, accompagnando il trovatello con un nome che racconterà per sempre delle sue origini ma che, nel contempo, in qualche modo lo proteggerà nel suo complesso cammino.

Per anni, Nino scruta i tratti dei passanti cercando un’impossibile somiglianza. Qual è l’impatto psicologico di questa “caccia al tesoro” identitaria condotta negli sguardi degli sconosciuti?
Si può solo immaginare cosa significhi sentire di non appartenere davvero a nessuno, percepirsi diverso dal contesto familiare d’adozione in cui si cresce, sapere di dover ringraziare comunque per l’ospitalità e il cibo, anche quando ci si rende conto di essere all’ultimo posto, di essere l’unico costretto a dormire nella stalla quando arriva l’ennesimo figlio naturale e lo spazio in casa non basta più. Diventa inevitabile allora cercarsi nei volti dei passanti, cercare di ritrovare la madre che ti ha abbandonato sperando che si sia pentita, che ti rivoglia e ti chieda il perdono che sai già le accorderai perché non vuoi altro che essere amato da lei, sentirti suo figlio. Ritrovarla, ritrovarti.

Definita come “mamma a pagamento” e poi “supplente”, Sarì educa alla sopravvivenza più che alla tenerezza. Come spiega il paradosso di questo amore che salva pur nella sua totale mancanza di morbidezze?
Sarì, la balia a cui Nino sarà affidato e che lo farà crescere nella sua famiglia rude e numerosa, è una donna forte e molto povera, quasi incapace di qualunque forma di tenerezza ma capace di un amore che punta innanzitutto alla sopravvivenza dei figli in un’epoca e in una condizione in cui era necessario ponderare tutto e farsi bastare il poco. Per molti anni sarà l’unica madre di cui Nino fa esperienza diretta, e nei suoi confronti lei si sentirà sempre sotto esame, consapevole della particolare sensibilità di questo figlio che non ha partorito, della sua voglia di studiare, del suo sentirsi incompleto. Ma al di là delle differenze, delle durezze reciproche e delle parole non dette, quella tra Nino e Sarì sarà comunque un’importante forma d’amore.

Dela non è solo una compagna, ma la figura che trasforma la vulnerabilità di Nino in una forza capace di sfidare il tempo. Come riesce questo legame a ricucire le ferite di un uomo che si è sempre percepito come un individuo “a metà”?
L’incontro con Dela segna una svolta determinante nel percorso di Nino. Finalmente un amore totale, assoluto, a dispetto di certi benpensanti che cercano di mettere Nino in cattiva luce. Dela, così tenera e delicata, è dotata di una forza che travalica qualunque confine, persino quello della morte. La loro storia vivrà anche momenti di crisi, sarà necessario fare scelte difficili, ma finalmente Nino sentirà di non essere più solo. La traccia di ciò che l’abbandono gli ha creato, però, rimane come una cicatrice e, malgrado la nuova bella realtà creata insieme, Nino sa che per andare davvero avanti dovrà fare i conti con il passato.

Senza svelare l’esito dell’incontro, il ritorno della madre biologica nella vita di Nino adulto è un momento cruciale. Qual è il significato di questo confronto? Rappresenta una riconciliazione o la presa d’atto dell’irreparabilità del tempo?
Nino ha desiderato fortemente l’incontro con la madre biologica. Non è stato facile rintracciarla e, poi, rivederla e confrontarsi con lei. Sicuramente nei tratti di questa donna ormai “quasi anziana”, come si definisce lei stessa, ha riconosciuto parte di sé, sperando anche in un nuovo inizio insieme. Più che con lei, è con se stesso che Nino ha bisogno di riconciliarsi, accettando l’uomo che è diventato anche grazie alle sofferenze a cui lei, andando via, lo ha costretto. Come con Sarì, una strana forma d’amore, che non smette di chiedere, ma quando la razionalità gli suggerisce che non è più tempo di mendicare, l’anima urla dando forma alle ombre che da sempre Nino si porta dentro.

Cosa rappresentano per Nino l’esperienza sulla nave e il “nido” sull’albero maestro?
Come ogni ragazzo, Nino ha dei sogni e prova a realizzarli anche andando contro le aspettative della famiglia in cui è cresciuto. Cercare nuovi orizzonti, vedere il mondo non sono capricci e nemmeno una forma di ingratitudine verso mamma Sarì che, accogliendolo, gli ha regalato comunque un nucleo di affetti, anche se imperfetto. Scegliere di imbarcarsi, conquistare il posto di capo segnalatore sulla parte più elevata della nave rappresentano il primo passo concreto di un viaggio verso se stesso: nuove responsabilità, nuovi incontri, un senso di libertà mai sperimentato prima. E anche tutti i rischi che ciò comporta.

Nino canta la “Casta Diva” di Bellini a Dela per calmarne la paura nella loro prima notte insieme. Qual è il ruolo dell’Opera in questo contesto?
Nino ha una sensibilità cristallina e una sete di sapere che, pur non trovando riscontro nel contesto ambientale della sua infanzia e della sua prima adolescenza, non riesce a ignorare o a soffocare. Per cui continuerà sempre a studiare da solo e ad approfondire i propri interessi. Tra questi, l’amore per la musica e per la lirica in particolare. Così, in un momento delicato come la prima notte di nozze, diventa naturale rassicurare la donna che ama con un abbraccio sull’armonia di quelle note che fanno ormai parte di lui e che più di una volta sono riuscite a farlo star meglio nei momenti di tensione.

Il romanzo descrive una migrazione circolare: dalla madre che fugge in America a Dela che torna dall’Argentina, fino al nuovo tentativo di Nino di tornare in Sicilia. Cosa rappresenta questa perpetua necessità di “andare”?
Il romanzo si ispira a una storia realmente accaduta, per cui non ho dovuto inventare questi frequenti spostamenti, li ho riportati così come si sono svolti. Nella Sicilia del primo Novecento accadeva spesso che ci si dovesse trasferire altrove per trovare lavoro e “campare” una famiglia, come si diceva. Anche la famiglia d’origine di Dela è costretta a fare questa scelta, finché qualcosa non li obbliga a tornare indietro. Grazie a questo, la giovane Dela incontra il suo Nino, che a propria volta è stato di nuovo risucchiato drammaticamente al centro di quella Sicilia da cui, ragazzino, era fuggito. Per cui c’è da riflettere su come talvolta episodi inattesi e magari anche dolorosi diventino la svolta necessaria per la nascita di qualcosa di bello, profondo e nuovo.

Un elemento inquietante che attraversa le pagine è il “raglio” d’asino. Questo simbolo è legato al trauma infantile di Nino, costretto a dormire nella stalla, accanto all’animale. Qual è l’urgenza narrativa dietro la persistenza di questo verso?
Come già accennato, quando lo spazio in casa si riduce, Nino risulta l’unico figlio “sacrificabile”, per cui viene spostato a dormire accanto all’asino che di notte si sveglia all’improvviso e raglia, sconvolgendo il sonno del ragazzino e devastandolo di paura. Ma a far male è soprattutto la consapevolezza di valere meno per mamma Sarì rispetto ai suoi numerosi figli naturali. Per questo il raglio dell’asino diventerà l’urlo di Nino quando, ormai adulto, l’atrocità della vita proverà di nuovo a devastarlo.

Cosa l’ha spinta a raccontare questa parabola di resilienza, in un mondo che sembra aver perso la pazienza di ascoltare le storie di chi è caduto e ha dovuto imparare a rialzarsi?
Nino, Dela, così come anche gli altri personaggi, solo apparentemente minori, sono persone reali, con punti di forza e fragilità: tentano, sbagliano, si rialzano, riescono, riprendono un cammino interrotto o ne iniziano uno nuovo, un po’ come tutti noi. Il filo comune è la speranza, la capacità di non arrendersi e di fare un passo indietro in quello che può sembrare un tramonto e trasformarlo in una nuova alba. Queste tematiche sono in realtà alla base anche dei miei precedenti romanzi e fanno parte del mio vissuto. Come insegnante ho a che fare con ragazzi che manifestano delle fragilità che non ricordo nei giovani della mia generazione e davanti alle quali noi adulti siamo spesso impreparati. Nino, con la sua esperienza in un mondo in cui si viveva con poco e si sopravviveva con niente, con la sua capacità di rendere il dolore motivo di forza, può diventare uno spunto di riflessione e un motivo di incoraggiamento per chi talvolta si sente smarrito, per chi non crede più in se stesso o negli altri. Inoltre, siccome ogni storia può farsi terreno di scambio, mi auguro per Nino un nuovo sguardo sfumato d’amore.

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