
Con Dillortan, Clambagio – pseudonimo dell’autore bolzanino Claudio Bianchetti – firma il suo settimo romanzo che è riflesso delle tensioni etniche e politiche che hanno attraversato l’Alto Adige negli anni Sessanta. Dietro lo schermo dell’ucronia, il libro mette in scena il conflitto tra la minoranza di lingua tedesca e ladina e uno Stato centrale sordo alle promesse di autonomia, ribattezzato Esperia. L’autore si chiede se e quando la violenza di chi è oppresso possa essere giudicata alla pari di chi opprime. Dopo il successo di Ironta. Pazzo per Victor, Clambagio mescola anagrammi fantasiosi e riformulazioni immaginarie degli eventi storici, consegnando al lettore una domanda scomoda e necessaria: a volte la violenza paga?
Clambagio, Dillortan nasce come un “sabotaggio della memoria” e un “esperimento morale”. Perché ha scelto proprio l’ucronia per raccontare la questione altoatesina e cosa le ha concesso questa forma narrativa rispetto al romanzo storico tradizionale?
Ho scelto l’ucronia non per raccontare la storia dell’Alto Adige ma ispirandomi alla sua storia negli anni ’60 ho voluto tracciare lo sviluppo di una repressione che porta alla rivolta del popolo oppresso e in pericolo di estinzione.
“Scontentare tutti”, come ha scritto nel libro, è un obiettivo ambizioso ma pericoloso. Non teme che, rifiutando di arruolare la sua penna sotto una bandiera, il suo libro possa finire per essere frainteso o respinto proprio da chi quella Storia l’ha vissuta sulla propria pelle?
Assolutamente no. Chi legge il mio libro comprende che non parteggio per nessuno e che i miei personaggi riflettono le loro posizioni su fronti diversi e contrapposti.
Il sottotitolo del libro pone un interrogativo spiazzante: “A volte la violenza paga?”. Qual è stata la scintilla che l’ha spinta a mettere il lettore di fronte a una domanda così nuda e diretta fin dalla copertina?
Ispirandomi ai fatti accaduti negli anni ’60 con gli attentati dinamitardi degli irredentisti sudtirolesi, mi sono chiesto se questi non avessero contribuito in forma determinante a porre in atto il trattato Degasperi/Gruber di autonomia per la minoranza linguistica tedesca dopo 15 anni di attesa e di angherie subite.
L’ambientazione di Dillortan richiama chiaramente il Sudtirolo degli anni ’60, ma i nomi e i luoghi sono trasfigurati da anagrammi. Perché questo “teatro suggestivo”, a che cosa serve?
Proprio per proporre la storia in forma ucronistica al fine di farne una storia universale, che vale per tutte le minoranze oppresse.
Nel romanzo convivono piani temporali diversi: l’ambientazione negli anni Sessanta, ma anche echi del primo dopoguerra e della “vittoria mutilata”, mentre Nibeto Nissimulo e i vittoriani rimandano per anagramma a Mussolini e ai fascisti. Perché ha scelto di comprimere la Storia in questo cortocircuito cronologico?
Ho mischiato tempi luoghi e personaggi perché non volevo scrivere un romanzo storico e anche perché mi diverto quando scrivo: uso anagrammi, giochi di parole, allitterazioni, doppi sensi, metafore e indovinelli. Il lettore alla fine del romanzo dovrà scoprire chi è il misterioso Dominus, capo degli irredentisti dillortani che riesce nell’impresa di abbattere il governo oppressore esperiano capeggiato dai vittoriani.
La repressione esperiana non si limita all’esercito: ci sono arresti di massa, torture e infine la messinscena di falsi attentati per screditare i ribelli. A che cosa servono questi espedienti?
Non sono espedienti, sono fatti realmente accaduti in Sudtirolo negli anni ’60. E sono dinamiche scontate in situazioni e frangenti simili.
Lei scrive che il romanzo non parla di confini geografici, ma del “confine etico che ognuno di noi spera di non dover mai attraversare”. Qual è l’ostacolo più difficile da superare quando ci si sente oppressi?
Quello dell’odio che genera ferocia.
Tra le “matrioske” narrative c’è la storia d’amore contrastato tra Gino, operaio esperiano, e Weibi, figlia di un oste dillortano. Perché ha sentito il bisogno di una trama sentimentale all’interno di un meccanismo così marcatamente politico?
Per tre buoni motivi: primo perché non volevo diventasse SOLO un romanzo politico; secondo perché la vicenda tra i giovani Weibi e Gino rappresenta l’amore che vince ogni ostacolo; terzo perché è un tributo ai miei genitori che si chiamavano Weibi e Gino. Il loro è stato uno dei primi matrimoni mistilingui in Alto Adige. A loro in questo romanzo ho dedicato tre capitoli (tutti veri) e un finale inaspettato. Alla fine posso affermare che DILLORTAN è un romanzo poliedrico: storico/ucronico, politico, un po’ thriller (chi è Dominus?) e con una venatura romantica di due giovani che superano grossi ostacoli per potersi amare.
L’intervista di Dominus alla giornalista diventa la chiave di volta che accende l’attenzione internazionale. È una sua dichiarazione di fiducia nel ruolo dei media, oppure un monito su come l’informazione possa essere strumentalizzata da entrambe le parti in conflitto?
Lei ha colto nel segno: è la dimostrazione di come una corretta informazione possa contribuire a migliorare la conoscenza e la valutazione della realtà che ci circonda. Non per niente l’autorevole e famosa giornalista si chiama Ingannevoli, (qui ho giocato con un sinonimo riferendomi alla Fallaci) .
Nell’introduzione invita il lettore a ritrovarla davanti a un bicchiere di vino, dove le storie finiscono. Se potesse sedersi a quel tavolo con uno dei suoi personaggi, chi sceglierebbe e cosa gli direbbe oggi?
Sceglierei Wulfar Laschadura, il capo degli Enrosadiri (fucilieri dillortani) e gli direi: hai visto, testa dura, che con la buona volontà anche le divergenze che paiono insormontabili con un po’ di ragionevolezza si possono appianare?