Intervista a Youssef Ezzaoui

Intervista a Youssef Ezzaoui

Ci sono vite che sembrano contenere intere esistenze, percorsi che sfidano la logica lineare del destino per abbracciare il caos, la visione, la caduta. “Autobiografia telepatica” di Youssef Ezzaoui è uno di questi racconti: un memoir che non si accontenta di narrare, ma scava nelle intersezioni tra il visibile e l’invisibile. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con l’autore, per esplorare le radici di una storia che è insieme testimonianza e mistero.

Il titolo del tuo memoir, “Autobiografia telepatica”, è di per sé una dichiarazione d’intenti. In che modo la telepatia diventa la lente attraverso cui hai scelto di interpretare e narrare le connessioni, le premonizioni e le svolte della sua intera esistenza?
Come sappiamo la telepatia è la forma più antica di comunicazione e una funzionalità che possediamo tutti ma in modalità spenta; io l’ ho riaccesa comunicando interrottamente con il mio IO soprattutto per prendere decisioni importanti ma soprattutto nel libro racconto di come sono stato attaccato da una nuova criminalità organizzata dedita al brain hacking in cui mi ha inserito la telepatia sintetica tramite un bio chip, facendo sì di comunicare con loro telepaticamente.

L’incontro con la “figura in azzurro” non è solo un evento paranormale, ma il catalizzatore di una profonda crisi sociale: prima vieni visto come un “santino” dagli anziani del paese, poi subisci un bullismo feroce proprio a causa di quell’esperienza. Come hai elaborato, crescendo, questo paradosso di un’esperienza trascendente che ha generato sofferenza?
A dir la verità mi è rimasto come un bel ricordo indelebile molto piacevole e rassicurante anche se non so ancora come interpretare quella figura. Infatti quelli del paese l’hanno considerata una figura santa, ma ho abbandonato il pensiero fino ai tempi della pandemia riemerso tra i miei ricordi come una salvezza dai criminali che mi perseguitavano.

La tua vita è segnata da “sliding doors” decisive, come l’incontro a Roma che devia il viaggio della tua famiglia dalla Norvegia alla Sardegna. Che ruolo attribuisci a questi bivi? Si tratta di puro caso o intravedi un disegno più grande?
Da quello che ho confermato che niente succede per caso ma tutto è già scritto nel nostro destino.

Nel tuo peregrinare, il concetto di “casa” sembra slegato dai luoghi di origine e persino dai legami di sangue. Luoghi come lo Chalet dei Rododendri, e persone come Flavio e Lorenza, diventano una vera e propria famiglia che ti accoglie come uno di loro. È stata la ricerca di questa famiglia elettiva, più che di un luogo fisico, il vero motore del tuo viaggio?
Fin da piccolo sono stato sempre un viaggiatore è non mi è mai piaciuto stare nello stesso posto per più di 6mesi in modo da poter cambiare, conoscere, visitare, confrontarmi e trovare nuove famiglie da aggiungere al mio bagaglio affettivo.

La tua biografia è un catalogo di cadute e risalite quasi inconcepibili: dall’essere gettato in un cassonetto dai bulli al dormire in spiaggia a Rimini, fino al tradimento del tuo socio Federico a Manchester. Più che di resilienza, sembra quasi una capacità di rinascere dalle proprie ceneri. C’è stato un momento in cui hai pensato di non potercela fare, e cosa ti ha permesso di superarlo?
Diciamo che non mi sono mai arreso di fronte ai fallimenti ma come si dice in questi casi, ciò che non ti distrugge ti fortifica, e per fortuna ho sempre trovato il coraggio e la forza di ricominciare, anche se il dolore persiste, ma soffocato da nuove avventure e obbiettivi da raggiungere.

Tu ti definisci “italo-marocchino”. Come hai gestito questa doppia identità nei diversi contesti sociali che hai attraversato, dalla Sardegna rurale all’esclusività di Porto Cervo, fino alla multiculturalità di Manchester?

Scrivere di sé significa rivivere. Qual è stato il costo emotivo di ripercorrere momenti di profondo trauma, come gli episodi di bullismo e gli abusi subiti durante l’infanzia, per dar loro una forma narrativa?

Una volta che il lettore avrà chiuso il libro, quale domanda o paradosso sulla condizione umana speri che continui a risuonare nella sua mente?

Perché hai sentito l’urgenza di raccontare e dare ordine alla tua storia proprio in questo momento della tua vita? C’è stato un evento o una consapevolezza particolare che ha reso la scrittura non più rimandabile?

Al di là delle tue esperienze dirette, quali sono state le sue fonti di ispirazione – altri autori, pensatori o magari quadri filosofici – che ti hanno aiutato a dare un senso e una struttura a una vita così fuori dall’ordinario?

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