
Immaginate un viaggio dove ogni passo si trasforma in racconto e il ricordo trova finalmente una dimora per non andare perduto. Sul sentiero delle parole è un invito a rallentare: una raccolta di ventisette affreschi vibranti che esplorano con garbo la bellezza della natura e le galassie misteriose che abitano dentro di noi. Un’opera intensa, impreziosita da raffinati dipinti originali, capace di fermare l’orologio per restituirci il gusto autentico delle piccole storie e dei grandi silenzi. Ne parliamo con l’autore.
Andrea Pietrobon, il libro si intitola Sul sentiero delle parole. Qual è il legame profondo che unisce l’atto fisico del camminare a quello creativo dello scrivere?
Camminare è sempre stata una mia passione, come scrivere del resto. Soprattutto negli ultimi anni ho però preso maggiormente coscienza del fatto che il camminare, e farlo secondo uno stile che permetta di mantenere costantemente attiva la capacità di osservazione, consente realmente di entrare in contatto intimo e profondo con quanto ci circonda, con la bellezza che sta nascosta anche dentro i luoghi che attraversiamo ogni giorno nella nostra quotidianità. Spesso basta provare a fare un breve tragitto a piedi anziché in auto e si scoprirà quanti più dettagli e particolari si possono notare. Non solo, ma questo modo di procedere nel mondo consente anche un più facile incontro e contatto con le persone. Luoghi e persone sono poi una fonte inesauribile di storie, delle quali io, in quanto camminatore e cultore della scrittura come mezzo espressivo, sono un ghiotto cercatore. Perché mi sono accorto che incrementano il mio “senso di umanità”, la mia capacità di comprensione verso il prossimo e la realtà. Aggiungo poi che l’atto fisico del camminare è anche un eccellente propellente per fantasia e creatività. Poiché alcuni dei racconti che compongono la raccolta sono frutto di immaginazione, posso affermare che il camminare stesso è stato un momento di rielaborazione di idee e spunti arrivati da varie sorgenti e che sono diventati materia di narrazione. Ecco quindi che il “Sentiero delle parole” che dà il titolo al libro è quello che negli anni ho percorso fisicamente e metaforicamente a caccia di storie da raccontare, da inventare, da fissare sulla carta.
Il volume non è un romanzo unico, ma una raccolta di “storie e racconti”. Perché hai scelto questa forma di “frammenti di vita e fantasia” invece di una narrazione continua?
Più che una scelta si è trattato di un fatto istintivo. Avevo, e ho tutt’ora, l’abitudine di prendere nota, di “buttare giù” poche righe su luoghi, persone, memorie, ricordi, situazioni in cui mi capita di imbattermi. Giusto per fissare uno spunto, una riflessione o un’idea. Molte volte da queste brevi annotazioni nascono dei testi più lunghi e strutturati che prendono la forma di racconto. Quando ho iniziato a raccoglierli con l’idea di farne una raccolta è apparso evidente che, data l’ampiezza dei temi, dei luoghi, dei personaggi diversi uno dall’altro, ognuno di questi avesse autonomia e vita propria e non si potesse “saldare” agli altri per dare vita ad una narrazione continua. Ci sono certamente dei percorsi e dei fili conduttori che legano alcuni gruppi di racconti, ma sostanzialmente ognuno di essi ha una propria precisa identità. Poi, aggiungo, sentivo la necessità di parlare di molte cose anche diverse, non necessariamente collegate, e quest’esigenza è stata soddisfatta in pieno dalla forma del racconto. Detto questo, non escludo in futuro di cimentarmi anche con la scrittura di testi più lunghi, di romanzi. Anzi ho già un paio di storie in mente che per loro sviluppo e ampiezza di respiro richiederanno sicuramente quest’ultima forma narrativa.
Nella prefazione si parla della “buona pagina scritta” come di uno squarcio illuminante sulla vita. Quali sono i valori etici e culturali che hai cercato di trasmettere attraverso i tuoi racconti?
L’attenzione e la cura per le cose importanti, i sentimenti, le amicizie, gli affetti, i legami familiari. Il dare un valore alla vita che vada oltre il materialismo e il consumismo, che io ritengo essere forze estremamente distruttive nel nostro mondo contemporaneo. Ma pure ho cercato di trasmettere la meraviglia e il mistero che si cela dentro ogni essere umano, anche in chi non conosciamo e incontriamo per caso lungo il nostro sentiero. “Ognun zen a storia, cea o gigante, da scoltar pian pianin, comunque importante” (Ognuno è una storia, piccola o gigante, da ascoltare piano, perché comunque è importante) scriveva il poeta veneziano Toni Pugiotto. Ognuno si porta dentro una storia, dei valori. Nei racconti compaiono personaggi che hanno fatto dell’altruismo e della solidarietà le linee guida della propria vita. Esistenze che meritavano di essere raccontate o perlomeno citate perché io credo che in qualche modo quei valori che a me sono arrivati dall’averle incontrate, possano giungere anche a chi leggerà questi racconti. Ho poi cercato di carpire lo spirito, il vissuto di certi luoghi a me noti, perché anche da essi qualche insegnamento si può ricavare. Così come per alcuni racconti ho attinto alle mie passioni letterarie, Dante Alighieri su tutti, come fonte di valori culturali ed etici che non conoscono tempo.
Uno dei tuoi obiettivi è sottrarre la vita all’oblio. Credi che la letteratura abbia davvero il potere di “fermare l’orologio” e proteggere i ricordi dall’inesorabile scorrere del tempo?
Certamente, la scrittura, la letteratura, ma direi l’arte in generale hanno tutte lo scopo ultimo di sottrarre qualche frammento di vita, di memoria, di bellezza, all’azione disgregante e inesorabile del tempo. Che agisce anche sull’entusiasmo delle persone, sui loro sentimenti. Fissare qualcosa sulla carta, sulla tela o in uno spartito musicale, permette di ritrovarlo a distanza di anni. Non lo ritroverà forse l’autore, ma potrà farlo qualcun altro. In fondo è per questo che gli uomini scrivono, dipingono, scolpiscono e creano musica da molti secoli a questa parte.
Dalla piana di Marcesina alla valle di Schievenin, la natura non è solo uno sfondo, ma sembra quasi “parlare”. Qual è il “vissuto segreto” che cerchi di sondare in ogni scorcio paesaggistico?
Credo che natura non sia solo uno sfondo, un paesaggio da contorno. Ma questo vale per tanta letteratura, non solo per i miei racconti. Gli esempi sarebbero numerosi. La natura è un insieme di elementi vivi e vitali di cui l’uomo fa parte, anche se dalla nascita della civiltà industriale in poi se n’è sempre più distaccato. Noi siamo natura e la riprova di questa affinità l’abbiamo ogni qualvolta ritroviamo la possibilità di entrare in contatto con essa. Una camminata in un bosco o in riva al mare ci riporta subito ad uno stato di benessere che difficilmente proviamo quando siamo imprigionati negli angusti spazi urbani. Se si è credenti inoltre si avverte che la natura è un regalo, un dono fatto dal Creatore all’uomo per farlo stare meglio, ed ogni suo elemento, ogni sua creatura sono espressione di una dimensione più alta della nostra, che noi non possiamo conoscere, solo intuire. A questo proposito non posso non ricordare il meraviglioso testo del “Cantico delle Creature” di San Francesco d’Assisi, considerato il primo componimento poetico della letteratura italiana. In quei bellissimi versi c’è tutto lo stupore, l’estasi e la tensione mistica verso ogni elemento di cui la natura è composta. In molti dei miei racconti ho descritto la natura di luoghi a me cari e c’è sempre un forte corrispondenza con i sentimenti e gli stati d’animo di chi si muove in essa. Spesso si ha l’impressione che il mondo naturale rifletta quanto avviene interiormente nell’uomo, e le sensazioni provate a contatto con gli elementi, specialmente in ambiente montano, mi hanno fornito l’spirazione per dare vita ad alcuni dei racconti del libro.
In diversi passaggi (Fortogna, Casso, la sequoia di Faè) affronti la tragedia del Vajont. Qual è il ruolo della speranza e del “mistero delle anime” in una narrazione che tocca ferite così profonde della terra?
Ho affrontato la tragedia del Vajont in tre racconti perché si tratta di un evento che ha segnato fortemente un territorio che conosco molto bene, da tanto tempo e dal quale man mano che lo esploravo e ne approfondivo la conoscenza mi sono venute incontro storie molto intense. Storie di luoghi, paesi, persone, ma pure di alberi, come nel caso de La Matriarca, la sequoia gigante di Faè. Non ho voluto scrivere di questa tragedia da un punto di vista tecnico o storico, decine di illustri libri l’hanno già fatto e peraltro non era il mio intento affrontare l’argomento da questi punti di vista. Il mio è stato un approccio essenzialmente emozionale, cioè ho voluto raccontare alcune emozioni, ricordi, impressioni che quei fatti e le loro conseguenze mi hanno suscitato, nel mio girovagare per quei posti. Non analizzo la questione dalla prospettiva di colpe, responsabilità o altro. No, io ho come per dire “fotografato” dei momenti e degli elementi all’interno di questa grande tragedia per “distillarne” delle sensazioni, degli episodi singoli. Per suscitare interrogativi che, una volta trasferiti sulla pagina scritta, potessero giungere anche ai lettori. In questo ciclo di racconti compare spesso, è vero, il concetto di speranza perché io sono convinto che anche nei momenti più difficili e bui che si possano affrontare, esiste sempre una scintilla di speranza, una flebile luce in fondo all’oscurità che permette di non sprofondare senza rimedio nella disperazione. Quando ci si arrende alla disperazione è dura risalire la china della vita. Dante stesso nel primo canto dell’Infermo scrive “ove udirai le disperate strida”, riferendosi ai dannati, che sono appunto quelli che hanno perso definitivamente la speranza nella salvezza. Per quanto mi riguarda, ho un po’ alla volta maturato quasi una consapevolezza che l’orizzonte e il destino dell’uomo non si limitano a quanto possiamo vedere e conoscere durante la nostra vita. In questo senso il “mistero delle anime”, emerge dalla riflessione che, almeno in me, nasce di fronte a fatti di questo genere, esprimendosi nelle grandi domande esistenziali di sempre, che sempre ci sono, ma in alcuni frangenti diventano più stringenti: qual è il nostro destino di esseri umani, di cosa siamo fatti oltre che di un corpo di materia soggetto alle leggi del tempo, quale il senso della vita e della nostra presenza a questo mondo?
Nel libro è presente un capitolo intitolato “Elogio della lentezza”. Perché hai sentito l’urgenza di inserire questa riflessione e quale tipo di “ritmo” ti aspetti che il lettore adotti approcciandosi alle tue storie?
Il racconto “Elogio della lentezza” è nato da alcune riflessioni innescate dall’osservare il modo nel quale moltissime persone vanno in montagna o più in generale interpretano la vita, cioè alla ricerca costante della velocità, ovvero del fare tanta strada in poco tempo o tante cose in poco tempo. Invece, come dicevo all’inizio parlando del camminare, è il rallentare che ti porta ad una maggior osservazione della realtà, ad una migliore apertura e capacità ricettiva di tutti gli stimoli che ci possono giungere dall’esterno. Voglio osservare inoltre che nella storia dell’uomo tutte le grandi opere destinate a durare sono state prodotte lentamente. Da questa filosofia sono nati quasi tutti i racconti del libro. Sembra un’eresia perché nel mondo moderno, nel tipo di vita in cui siamo quasi tutti immersi costantemente, l’imperativo è correre sempre. Per questo ho intitolato il racconto così: anche per fare un omaggio ad “Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam, dato che, appunto, rallentare in un mondo in cui tutti corrono sembra quasi una follia. Il mio quindi è anche un invito per i lettori: magari dopo aver assaporato a ritmo lento le mie pagine, mi auguro riescano a rallentare un po’ nella loro vita, accorgendosi di quanto potranno guadagnare in empatia e umanità.
Nel libro compaiono figure come il nonno Eugenio, Don Bruno o il professor Bruno. Quanto hanno contato questi “incontri lungo il tragitto” nella tua formazione di uomo e scrittore?
Sono stati incontri fondamentali, potrei dire delle stelle polari lungo il mio percorso esistenziale ben prima che nella mia avventura di scrittore. Nel libro sono presenti persone, poi divenute personaggi che, in vario modo hanno certamente segnato la mia vita. Con le parole, le azioni, gli esempi, la passione per quanto facevano, l’amore per gli altri, mi hanno veramente indicato la via giusta lungo cui camminare per cercare, almeno tentare, di esprimere appieno la mia umanità. Si tratta di persone di famiglia, come nel caso di mio nonno, oppure di qualcuno che a vario titolo ha accompagnato un pezzo del mio cammino. Come Don Bruno, un prete alquanto insolito ma dal grande cuore; Bruno l’insegnante di educazione artistica generoso e ospitale; o ancora Bianca Maria, docente di Lettere dell’Università di Padova che non è stata mia insegnante ma con la quale ho coltivato una proficua amicizia e condiviso importanti valori culturali. A loro si aggiungono tutta una serie di persone incontrate sul mio sentiero di vita, in modo apparentemente casuale, che sono state occasione per me di scoperta, di meraviglia e di arricchimento umano notevole. Alcune si nascondono nei panni di qualche personaggio di fantasia presente nei racconti. Di altre ho fatto un ritratto aderente al vero. Come di Piera, l’anziana signora che gira per le vie del paese a raccogliere le cartacce lasciate per terra da cittadini incivili e maleducati. Ho sentito la necessità di raccontare queste preziose esistenze e di dedicare loro alcune pagine prima di tutto per un senso di gratitudine per quanto mi hanno trasmesso in termini di valori e umanità. Poi, come si diceva sopra, per sottrarle all’oblio del tempo, fissandone e tratteggiandone la figura tramite la scrittura. Infine perché credo che queste storie possano portare beneficio anche a chi le leggerà.
La critica ha lodato il tuo linguaggio “intenso, preciso e spesso poetico”. Come bilanci la ricerca estetica della parola con la necessità di una narrazione sincera e garbata?
Prima di tutto cerco di essere semplice nella forma. Ho sempre amato gli scrittori dallo stile asciutto, essenziale, ma che non vuol dire scarno o povero. Penso a Buzzati, ad esempio, o a Rigoni Stern. Oppure a Primo Levi. Essere espressivi e comunicativi con uno stile di questo tipo non è banale. La semplicità è frutto di ragionamenti complessi. Per arrivare all’essenzialità del linguaggio occorre fare un grosso lavoro di sintesi, togliere il di più, asciugare il testo, perché ridondanza e prolissità sono sempre in agguato. L’obiettivo dovrebbe essere farsi capire da un bambino di dieci anni. Un bambino di dieci anni è in grado di capire testi anche importanti, ecco se si riesce ad essere comprensibili ad un lettore così giovane secondo me si è raggiunto il risultato dell’efficacia comunicativa. Poi nel mio caso c’è sicuramente anche il gusto per un linguaggio che sia allo stesso tempo poetico, dove cioè le parole sono scelte accuratamente per il loro suono e forza evocativa, oltre che per il significato. Questo è tipico della poesia, nella quale in un certo verso ci sta bene proprio quella parola e non un’altra, perché la poesia molto più della prosa è ritmo, musicalità, assonanza. Però anche la prosa può essere poetica, esprimere e incarnare lo spirito della poesia. Così ho cercato di plasmare la mia prosa, soprattutto quando intendevo raccontare e trasmettere la poesia spontanea, la bellezza presente nei luoghi incontrati, nella natura o nelle persone in cui mi sono imbattuto.
Per anni hai portato i classici tra la gente attraverso la lettura ad alta voce. Qual è stata la scintilla che ti ha fatto capire che era giunto il momento di dare una “dimora” scritta ai tuoi personali ricordi?
Devo dire che la passione per la lettura ad alta voce si è sviluppata parallelamente a quella per la scrittura, anche se quest’ultima è partita da più lontano. Sono comunque tutte e due figlie di una mia esigenza intrinseca che è quella di comunicare col prossimo, di cercare di trasmettere ciò che mi appassiona ed entusiasma; perché mi sono accorto che in questo modo le emozioni ritornano amplificate. Nel caso della lettura ad alta voce, mettersi davanti ad un pubblico e provare a trasferire a chi ascolta le suggestioni di in un testo significativo è una bella sfida, è un confronto. Ma quando riesce e si crea quella particolare magia tra chi legge e chi ascolta, è bellissimo. Molto fa la pratica: ho seguito un paio di corsi di lettura espressiva per apprendere le tecniche necessarie, la dizione, eccetera. Però come in tutte le cose, più si fa più si migliora. In tante occasioni abbiamo messo in scena reading a più voci, assieme al gruppo di lettori di cui faccio parte. Con effetti ancora più belli rispetto alla lettura solitaria perché quando ci sono più voci ad interpretare un testo, alternandosi tra di loro, si ha un effetto proprio corale. E il lavoro di squadra è sempre stimolante perché ci si supporta l’un l’altro, escono idee, proposte, anche nella fase di scelta dei testi, di costruzione della scaletta.
Quanto alla scintilla che mi ha portato a dare una “dimora” in forma di libro ai miei scritti direi che è stata la voglia di definire un contorno, un terreno comune, un indirizzo dove questi racconti potessero star bene e star bene gli uni vicino agli altri. Ho avuto proprio l’impressione che entrando a far parte del libro si siano rafforzati a vicenda, traendo forza gli uni dagli altri, creando delle assonanze, dei rimandi. Dando vita ad un qualcosa di omogeneo ed organico, pur nella specificità di ogni racconto. Un mosaico armonioso ma nello stesso tempo policromatico. Voglio infine ricordare che ad impreziosire il libro ci sono oltre venti disegni e dipinti che le artiste Paola Bertilla Pellizzari e Oriana Sartore hanno realizzato ispirandosi ai racconti. Con stili diversi, disegni in bianco e nero a matita per la prima e dipinti a olio per la seconda, hanno dato vita ad un dialogo suggestivo tra linguaggio scritto e arte figurativa. Due modalità diverse di racconto, ben integrate tra loro.
Nel libro esorti spesso a non perdere la fiducia e a continuare a “cercare” il senso profondo dell’esistenza. Qual è quel “frammento d’infinito” che speri il lettore possa scoprire tra le pagine e portare con sé, come una bussola?
La ricerca del senso dell’esistenza è la grande missione che ci è data in questa vita, assieme, a mio avviso, alla realizzazione di noi stessi, delle nostre peculiari qualità al fine di assecondare la nostra “autentica fioritura”. Per diventare veramente ciò che siamo e contribuire così alla costruzione del Bene, al destino positivo del mondo. Questo ci rende in grado di guardare oltre l’orizzonte apparentemente chiuso della nostra quotidianità, delle cose che conosciamo, dei limiti che abbiamo, percependo appunto l’infinito di una dimensione che forse possiamo solo intuire ma del quale tuttavia la realtà che sperimentiamo trattiene qualche piccolo “frammento”. Scintille di luce che possiamo ritrovare nella bellezza della natura, nei sentimenti forti e sinceri della gente vera, nelle passioni ed emozioni che ci scaldano il cuore, nell’amicizia e nell’amore, nella solidarietà e nell’attenzione al prossimo. Nelle memorie e nel ricordo di persone che hanno segnato la nostra esistenza. Ecco, avendo cercato di raccontare tutto questo attraverso le semplici storie del mio libro, mi auguro di avere intercettato anch’io dei piccoli “frammenti d’infinito”, e di essere riuscito a trasferirli qua e là sulle pagine mediante la scrittura, affinché i lettori li ritrovino e li facciano propri, sentendoli parte anche della loro vita.