
Spesso pensiamo che il passaggio all’età adulta e la paura di sbagliare siano solo una questione di ostacoli da superare per inerzia. Ma cosa succede quando a raccontarcelo è chi, attingendo al proprio vissuto e alla vicinanza con il mondo dei giovani, indaga il coraggio di riprendere in mano la propria vita? In questa intervista abbiamo fatto quattro chiacchiere con Franco Cappello, autore del romanzo d’esordio “Gioca le tue carte”. Dalle sfide interiori del protagonista Andrea al valore terapeutico della crescita e dell’ascolto di sé, un viaggio sincero e illuminante che ci offre una prospettiva completamente nuova sulla ricerca della propria autonomia.
Franco, il titolo, “Gioca le tue carte”, è una metafora centrale del romanzo. Qual è il significato profondo di questa espressione nel percorso di crescita del protagonista Andrea?
Per Andrea, “giocare le proprie carte” significa affrontare la partita della vita cercando di sfruttare al meglio ciò che il destino ci ha messo in mano. È una visione che lo accompagna lungo gran parte del suo percorso di crescita. Nel finale, però, questa convinzione viene in parte rielaborata e superata, insieme alla sua nuova consapevolezza di sé.
Andrea vive un forte senso di spaesamento quando lascia Trivoli e si confronta con un ambiente completamente diverso. Quanto c’è, in questo contrasto tra la realtà d’origine e il mondo universitario, della tua esperienza personale e quanto invece di un’osservazione più ampia sul cambiamento generazionale?
È difficile separare nettamente esperienza personale e osservazione della realtà, perché nella scrittura le due cose finiscono spesso per intrecciarsi. Le difficoltà di Andrea hanno certamente una componente soggettiva, ma nascono anche dal forte contrasto tra la mentalità della sua cittadina d’origine, più chiusa e arretrata, e la realtà metropolitana e universitaria con cui si trova improvvisamente a confrontarsi.
Il romanzo racconta la crescita di Andrea anche attraverso i rapporti con le persone che gli stanno accanto. Paolo, così diverso da lui, rappresenta un’amicizia molto profonda e quasi una sorta di contrappeso alla sua personalità. Che cosa volevi raccontare attraverso questo legame?
Nel corso della mia vita ho maturato la convinzione che i legami più profondi, nell’amore come nell’amicizia, non nascano necessariamente da affinità evidenti, dalla stessa età o dalla stessa provenienza. A volte sono proprio persone molto diverse tra loro a trovare un’intesa capace di creare rapporti fortissimi. È questo il caso di Andrea e Paolo. Dietro il loro legame, però, c’è anche un retroscena che preferisco non svelare.
La fine della relazione con Sephora segna per Andrea una frattura profonda. Non è soltanto la perdita di una persona, ma sembra mettere in discussione molte delle sue certezze. Che cosa ci rivela questa crisi sulla difficoltà di accettare la fine di un amore?
In una relazione amorosa entrano in gioco molti aspetti e uno di questi può essere la dipendenza dall’altro. Quando questo elemento diventa molto forte, la fine del rapporto può lasciare una ferita profonda soprattutto nella persona più dipendente. È ciò che accade ad Andrea, che con la perdita di Sephora vede incrinarsi anche molte delle certezze su cui aveva costruito il proprio equilibrio.
Figure come la padrona di casa Linetta arricchiscono il romanzo di una forte umanità e di contrasti generazionali ironici e teneri. Che ruolo giocano gli altri personaggi e i loro ricordi nel processo di maturazione di Andrea?
Andrea, come credo accada a tutti noi, è un po’ una spugna: assorbe qualcosa dalle esperienze e dalle persone che incontra, e tutto contribuisce alla sua crescita. Il rapporto con figure più mature, come i genitori e Linetta, aggiunge poi uno sguardo diverso sul mondo, permettendogli di avvicinarsi anche a esperienze e sensibilità che appartengono a generazioni lontane dalla sua.
Nel romanzo il passato di Andrea torna continuamente nel presente, attraverso episodi dell’infanzia, ricordi e persone che riemergono nella sua vita. Quanto siamo condizionati, anche da adulti, dalle esperienze che abbiamo vissuto quando eravamo ragazzi?
Tantissimo. Le esperienze dell’infanzia e dell’adolescenza contribuiscono a costruire la nostra struttura mentale ed emotiva e continuano a influenzarci anche da adulti. Non a caso esiste un antico motto, spesso associato alla tradizione gesuitica, secondo cui i primi sette anni contribuiscono in modo fondamentale a formare l’uomo o la donna che diventeremo.
Musica, letteratura, cinema e altri riferimenti culturali sono molto presenti nel romanzo. Non sembrano però semplici citazioni nostalgiche: spesso sembrano aiutare Andrea a dare un nome alle proprie emozioni. Quanto la cultura e l’arte possono diventare strumenti per comprendere noi stessi?
In un libro, in un film, in un quadro possiamo riconoscere situazioni e sentimenti che sentiamo nostri. Andrea vive le emozioni in modo molto intenso e, anche quando non riesce a decifrarle del tutto, sente il bisogno di dare loro un contesto, quasi un’appartenenza. Spesso è proprio l’arte a offrirgli quel riferimento. L’arte ci ricorda anche che ciò che proviamo appartiene, in forme diverse, a molte altre persone.
L’incontro con Giada segna una svolta decisiva. Come hai gestito la scelta di inserire elementi di psicologia cognitiva e metafore mitologiche all’interno della narrazione?
Nel corso della mia vita ho seguito alcuni percorsi di psicoterapia, un’esperienza che mi ha avvicinato a un mondo che ho trovato molto affascinante. Da lì è nato anche l’interesse per diverse correnti e approcci psicologici, approfonditi attraverso varie letture. L’esperienza diretta e quella maturata sui libri sono poi confluite naturalmente nel romanzo, insieme all’uso di metafore mitologiche e altri riferimenti simbolici.
Il testo è pervaso da una voce narrante molto particolare, quasi un amico fraterno che commenta, compatisce o rimprovera il protagonista. A chi appartiene questa voce e perché hai scelto questo punto di vista così partecipativo?
Quella voce appartiene a me. Volevo che fosse riconoscibile e avesse una propria personalità, quasi come un protagonista aggiunto capace di accompagnare, commentare e talvolta rimproverare Andrea. In fondo, non mi piaceva l’idea di restare in panchina: preferivo entrare anch’io, in qualche modo, nella partita.
Nel percorso di Andrea si parla molto di “errori” e della paura di sbagliare. Qual è il messaggio principale che vorresti arrivasse al lettore riguardo al fallimento e alla crescita personale?
Andrea vorrebbe trovare regole e criteri capaci di indicargli sempre il comportamento giusto per prevenire ogni possibile errore. Poi comprende, anche grazie alla psicoterapia e a Paolo, che questa è un’illusione: la vita è inevitabilmente costellata di sbagli. Se però sappiamo riconoscerli e farne esperienza, proprio gli errori possono diventare una delle principali occasioni di cambiamento e di crescita.